ALBERTO DONATI

PROFESSORE ORDINARIO DI DIRITTO CIVILE

ISIS (IS) E SOCIETA’ OCCIDENTALE

 

Sommario: 1. Il diritto della guerra (jus belli). -2. Lotta partigiana e terrorismo. -3. La crisi attuale. La prima causa: la globalizzazione meramente economica. -4. La seconda causa: lo sradicamento dei valori tradizionali e l’implementazione del nichilismo. -5. La terza causa: la destabilizzazione del Medio Oriente. -6. La quarta causa come risultante del concorso delle prime tre. -7. Le prospettive.


1. ― Il diritto della guerra (jus belli)

Considerati i recenti avvenimenti terroristici, appare opportuno ricercare le cause di quella che ormai è una terza guerra mondiale combattuta, almeno al momento, soprattutto con metodi non convenzionali, ma non per ciò meno guerra.
Al fine di orientarsi, conviene, preliminarmente, tracciare, sia pure brevemente, la distinzione tra guerra, resistenza partigiana e terrorismo.
La cultura umana ha elaborato la distinzione tra la guerra giusta (bellum justum) e la guerra ingiusta (bellum injustum). E’, questo, uno dei suoi momenti più elevati poiché viene privato di fondamento la facoltà di ciascun popolo di aggredire gli altri popoli per ciò solo che fosse ritenuto utile, il diritto di considerare le comunità umane alla stregua delle risorse naturali, a disposizione, dunque, di chi sia in grado di acquisirle.
Si introduce, così, il diritto della guerra (jus belli). Esso regola le cause che possono legittimarla; le modalità della sua dichiarazione, della sua condotta, della sua conclusione, del trattamento dei prigionieri e delle popolazioni sconfitte.
Sulla sua base, ciascuna comunità politica deve identificarsi sul campo di battaglia mediante un proprio esercito connotato da precisi segni distintivi (divise, bandiere, etc.). Questo carattere concorre significativamente a distinguere gli eserciti dalle bande dei briganti, dalle forze partigiane e dalle componenti terroristiche.
Si sviluppa, così, l’etica militare incentrata su quattro valori: virilità, marzialità, onore, giustizia.
Il diritto della guerra, nelle sue manifestazioni più elevate, rinviene il proprio fondamento nel jus naturale (diritto naturale), tale in quanto dettato da Dio - dal Dio della filosofia intellettualistica, non dal Dio delle religioni - all’essere umano, pertanto, universale e invariabile (1). Il suo valore ordinante è l’alieni abstinentia (astenersi da ciò che è altrui), mentre il suo disconoscimento, ovvero, la sua falsa interpretazione, sono le cause primarie della guerra.
Il bellum è, dunque, justum allorché sia volto a reagire alla violazione di tale valore, ovvero, a prevenirla.
I popoli che si attengono al jus naturale sono civili, gli altri delinquono, assumendosi le relative responsabilità.
Mentre all’interno della società civile l’uomo è riuscito a superare il ricorso all’autogiustizia mediante l’introduzione dei tribunali, sul piano internazionale gli Stati, nonostante significativi passi in avanti, non hanno ancora conseguito questo risultato a ciò ostando il principio di sovranità in virtù del quale lo Stato non riconosce alcuna autorità ad esso sovraordinata (2).

2. ― Lotta partigiana e terrorismo

La lotta partigiana, invece, è propria dei popoli sconfitti e, quindi, ormai incapaci di organizzarsi militarmente e, tuttavia, decisi a continuare la lotta armata secondo modalità anomale al fine di riconquistare l’originaria libertà.
Esiste, pertanto, una precisa continuità tra la società politica e le forze partigiane che essa è capace di esprimere e di sostenere moralmente, politicamente e materialmente.
Sul piano militare, nessun esercito è mai riuscito a sconfiggere tale guerra. Essa cessa allorché venga annientata fisicamente la società da cui prende origine; ovvero, allorché venga meno il supporto politico e logistico, in suo favore, da parte della società che, così, accetta di essere definitivamente sconfitta; ovvero, allorché le forze armate occupanti, per qualsivoglia ragione, si ritirino.
Questa guerra, quanto si voglia nobile, è, tuttavia, illegittima dal punto di vista del diritto della guerra, poiché la comunità politica, che la esprime, non rispetta il canone che prescrive di identificarsi sul campo di battaglia con un proprio esercito. Per questo motivo, tale diritto attribuisce alle forze armate occupanti la facoltà di reagire mediante il ricorso alle rappresaglie purché proporzionate ai fatti offensivi subiti. Per questo medesimo motivo, ai partigiani, una volta catturati, al pari delle spie, non viene riconosciuto lo status di combattenti legittimi e, quindi, vengono, di regola, passati per le armi.
Il terrorismo è una modalità di lotta armata cui ricorrono minoranze che non hanno il supporto politico della società di appartenenza, il cui scopo è di incidere su di essa, appunto, terrorizzandola e, quindi, ricattandola, colpendo non tanto obiettivi militari, quanto piuttosto la popolazione stessa anche con pratiche manifestamente inumane del tutto estranee all’etica propria dei combattenti.
Tanto nella guerra, quanto nella lotta partigiana e terroristica, la società civile viene, in varia misura, coinvolta e responsabilizzata in virtù del principio secondo essa è il soggetto politico cui vengono imputate tutte le manifestazioni socialmente rilevanti.

3. ― La crisi attuale. La prima causa: la globalizzazione meramente economica

Le cause delle attuali conflittualità armate nel mondo sono, ovviamente, molteplici. Tuttavia, se si adotta l’ottica della globalizzazione economica, di esse quattro sono quelle che vengono specificamente in considerazione.
Quanto alla prima, si deve tenere presente che la globalizzazione è il prodotto del modello di sviluppo proprio del sistema capitalistico della produzione, della conseguente formazione di concentrazioni di capitale industriale e di capitale industriale multinazionali tali da richiedere una base di produzione e una base di consumo di pari latitudine. Le dimensioni nazionali, o anche regionali, sono ormai trascese raggiungendo, appunto, una estensione che ingloba tutti i popoli. Le stesse economie pianificate sono state poste fuori mercato e costrette ad uniformarsi.
Di per sé, la globalizzazione - un evento che non ha precedenti nella storia - è un fatto altamente positivo poiché importa il superamento del principio in virtù del quale ciascun popolo è proprietario delle risorse naturali (in realtà, bona communia) che insistono sul proprio territorio, principio che è alla base della formazione delle comunità politiche indipendenti, separate e contrapposte, ma anche delle relative inevitabili conflittualità armate.
Finalmente, l’ideale di una comunità umana unificata da un medesimo modello produttivo e distributivo della ricchezza sociale e dalla vigenza di uno stesso diritto, il jus naturale, informato al primato dell’alieni abstinentia (astenersi da ciò che è altrui), sembra essere sul punto di realizzarsi (3).
La globalizzazione, per altro, perde questa positività in ragione del suo essere gestita dalla lobby capitalistica che, infatti, è contraria al jus naturale, non è, di conseguenza, animata da istanze culturali, ma solo dalla legge del massimo profitto, vale a dire, del maggiore sfruttamento delle risorse umane e naturali (4).
Da ciò consegue che globalizzazione economica e globalizzazione della indigenza sono divenuti termini sinonimi, costituendo, così, la prima causa della resistenza armata.

4. ― La seconda causa: lo sradicamento dei valori tradizionali e l’implementazione del nichilismo

Come messo in evidenza dalla sociologia marxiana (5) e come, del resto, evidente, una delle caratteristiche significanti il sistema capitalistico della produzione consiste nel dissolvimento degli assetti economici e culturali tradizionali: “Dove è giunta al potere, essa [la lobby capitalistica] ha distrutto tutte le condizioni di vita feudali, patriarcali, idilliache. [...] In una parola, [la lobby capitalistica] al posto dello sfruttamento velato da illusioni religiose e politiche, ha messo lo sfruttamento aperto, senza pudori, diretto e arido. [...] Ha trasformato il medico, il giurista, il prete, il poeta, lo scienziato in suoi operai salariati. La borghesia [la lobby capitalistica] ha strappato il velo di tenero sentimentalismo che avvolgeva i rapporti di famiglia, e li ha ridotti a un semplice rapporto di denari. [...] La borghesia non può esistere senza rivoluzionare di continuo gli strumenti di produzione, quindi i rapporti di produzione, quindi tutto l’insieme dei rapporti sociali. Prima condizione di esistenza di tutte le classi [dominanti] [...] precedenti era invece l’immutata conservazione dell’antico modo di produzione. Il continuo rivoluzionamento della produzione, l’incessante scuotimento di tutte le condizioni sociali, l’in¬certezza e il movimento eterni contraddistinguono l’epoca borghese da tutte le precedenti. Tutte le stabili e irrugginite condizioni di vita, con il loro seguito di opinioni e credenze rese venerabili dall’età, si dissolvono, e le nuove invecchiano prima ancora di aver potuto fare le ossa. [...] Il bisogno di sbocchi sempre più estesi per i suoi prodotti spinge la borghesia per tutto il globo terrestre. Dappertutto essa deve ficcarsi, dappertutto stabilirsi, dappertutto stringere relazioni. Sfruttando il mercato mondiale la borghesia ha reso cosmopolita la produzione e il consumo di tutti i paesi. Con gran dispiacere dei reazionari, ha tolto all’industria la base nazionale. Le antichissime industrie nazionali sono state e vengono, di giorno in giorno, annichilite. Esse vengono soppiantate da nuove industrie, la cui introduzione è questione di vita o di morte per tutte le nazioni civili — industrie che non lavorano più materie prime indigene, bensì materie prime provenienti dalle regioni più remote, e i cui prodotti non si consumano soltanto nel paese, ma in tutte le parti del mondo. Al posto dei vecchi bisogni, a soddisfare i quali bastavano i prodotti nazionali, subentrano bisogni nuovi, che per essere soddisfatti esigono i prodotti dei paesi e dei climi più lontani. In luogo dell’antico isolamento locale e naziona¬le, per cui ogni paese bastava a se stesso, subentra un traffico universale, una universale dipendenza delle nazioni l’una dall’altra. E come nella produzione materiale, così anche nella spirituale. I prodotti spirituali delle singole nazioni diventano patrimonio comune. La unilateralità e la ristrettezza nazionale diventano sempre più impossibili, e dalle molte letterature nazionali e locali esce una letteratura mondiale. Col rapido miglioramento di tutti gli strumenti di produzione, con le comunicazioni infinitamente agevolate, la borghesia trascina nella civiltà anche le nazioni più barbare. I tenui prezzi delle sue merci sono l’artiglieria pesante con cui essa abbatte tutte le muraglie cinesi, e con cui costringe a capitolare il più testardo odio dei barbari per lo straniero. Essa costringe tutte le nazioni ad adottare le forme della produzione borghese se non vogliono perire; le costringe a introdurre nei loro paesi la cosiddetta civiltà, cioè a farsi borghesi. In una parola, essa si crea un mondo a propria immagine e somiglianza. [...] La borghesia sopprime sempre più il frazionamento dei mezzi di produzione, della proprietà e della popolazione. Essa ha agglomerato la popolazione, ha centralizzato i mezzi di produzione e concentrato la proprietà in poche mani. Ne è risultata come conseguenza necessaria la centralizzazione politica” (6).
Di fronte a questa azione dissolvente i costumi tradizionali, di fronte alla implementazione, al loro posto, del nichilismo, di fronte alla perdita della sovranità economica e quindi politica delle singole comunità in ragione della preminenza della oligarchia capitalistica concentrata nel Primo Mondo, è inevitabile che, nelle società più arretrare, si sviluppino dei movimenti di reazione, più o meno violenti.
Questa è la seconda causa del ricorso al terrorismo. Esso è, per così dire, fisiologico ma è destinato ad essere trasceso dall’inarrestabile svolgimento economico complessivo, dall’altrettanto inevitabile affermazione del modello libertario tipicamente capitalistico.
Il ricorso all’impiego delle forze di polizia al fine di contenere questa reazioni armata e di reprimerla è, di regola, sufficiente.

5. ― La terza causa: la destabilizzazione del Medio Oriente

Esiste, per altro, una ulteriore causa ed essa è indotta dalla politica estera statunitense, dalla conflittualità con il mondo arabo inaugurata con la questione palestinese, dal fatto che gli Stati Uniti sono diventati il braccio armato di Israele e della significativa componente ebraica della lobby capitalistica internazionale. A ciò si aggiunge l’azione destabilizzante indotta dalle guerre fatte in Iraq e in Libia, integrata dalle crisi siriana, egiziana e tunisina. A tale azione si connette, poi, la guerra in Afghanistan.
La contrapposizione tra il mondo arabo e Israele si è tradotta in quella tra la religiosità islamica e quella ebraica. Quest’ultima, per altro, è parte costitutiva della religiosità occidentale, donde, inevitabilmente il relativo coinvolgimento. Israele e la società occidentale sono divenute una unità geopolitica, talché la reazione islamica assume una pari latitudine, diviene, tendenzialmente, uno “scontro di civiltà” (S.P. Huntington).

6. ― La quarta causa come risultante del concorso delle prime tre

Le tre cause precedentemente indicate si sommano e l’attuale linea di tendenza sembra essere nel senso che il terrorismo viene trasformandosi in lotta partigiana le cui conseguenze sono devastanti.
Supporta questa propensione il fatto che l’attuale superiorità del modello occidentale non è più culturale, ma economica, in questo senso, solo materiale.
Tale modello si presenta, infatti, come decadente e, quindi, privo di quel prestigio morale che dovrebbe supportarne la superiorità, che dovrebbe giustificare la sua volontà egemonica. Esso offre l’immagine: di una società che non è più democratica essendo divenuta oligarchica, vale a dire, controllata dalle lobbies capitalistiche (7); di una società che, per effetto delle delocalizzazioni dei capitali finanziari ed industriali, decade anche economicamente perdendo, così, una delle sue più importanti conquiste, il welfare state; di una società in cui l’uomo e la donna sono posti su posizioni conflittuali, la famiglia è distrutta, i giovani vengono educati al lassismo etico estremo e alla conseguente eterofobia; di una società in cui la donna è ridotta a “vasum eiaculationis”; di una società connotata dalla presenza sempre più massiccia di popolazioni che non si integrano con i suoi valori, trasformandola, così, in una “nazione di nazionalità”, in un “mixing of diverse peoples”, in un insieme di “divided societies”, donde la caoticità del tutto; di una società il cui valore culturale ordinante è il nichilismo; di una società la cui difesa armata è, di conseguenza, demandata a truppe tendenzialmente mercenarie.
Questa fisionomia presenta drammatiche analogie con quella propria della decadenza dell’Impero romano: “Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore, sì da disonorare fra di loro i propri corpi, poiché essi hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno venerato e adorato la creatura al posto del creatore, che è benedetto nei secoli. Amen. Per questo, Dio li ha abbandonati a passioni infami; le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che s’addiceva al loro traviamento. E poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balìa d’una intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno, colmi come sono di ogni sorta di ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d’invidia, di omicidio, di rivalità, di frodi, di malignità; diffamatori, maldicenti, nemici di Dio, oltraggiosi, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia. E pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa” (Rm 1, 24-32).
Significativa è anche questa ulteriore pagina in cui Agostino descrive la forma mentis della classe dirigente romana, al tempo stesso, un manifesto della contemporanea lobby capitalistica: “simili adoratori e amatori di questi dèi [...] non si preoccupano affatto che la società sia corrotta e depravata. Basta che si regga, dicono, basta che prosperi colma di ricchezze, gloriosa delle vit¬torie ovvero, che è preferibile, tranquilla nella pace. E a noi che ce ne importa? dicono. Anzi ci riguarda piuttosto se aumentano sempre le ricchezze che sopperiscono agli sperperi continui e per cui il potente può asservirsi i deboli. I poveri si inchinino ai ricchi per avere un pane e per godere della loro protezione in una supina inoperosità; i ricchi si approfittino dei poveri per le clientele e in ossequio al proprio orgoglio. I cittadini acclamino non coloro che curano i loro interessi ma coloro che favoriscono i piaceri. Non si comandino cose difficili, non sia proibita la disonestà. I gover¬nanti non badino se i sudditi sono buoni ma se sono soggetti. Le province obbediscano ai governanti non come a difensori della moralità ma come a dominatori dello Stato e garanti dei godimenti e non li onorino con sincerità, ma li temano da servi sleali. Si noti nelle leggi piuttosto il danno che si apporta alla vigna altrui che alla propria vita morale. Sia condotto in giudizio soltanto chi ha infastidito o danneggiato la roba d’altri, la casa, la salute o un terzo non consenziente, ma per il resto si faccia pure dei suoi, con i suoi o con altri consenzienti ciò che piace. Ci siano in abbon¬danza pubbliche prostitute o per tutti coloro che ne vogliono usare ma principalmente per quelli che non si possono permettere di averne delle proprie. Si costruiscano case spaziose e sontuose, si tengano spesso splendidi banchetti, in cui, secondo il piacere e le possibilità di ciascuno, di giorno e di notte si scherzi, si beva, si vomiti, si marcisca. Strepitino da ogni parte i ballabili, i teatri ribol¬lano di grida di gioia malsana e di ogni tipo di piacere crudele e depravante. Sia considerato pubblico nemico colui al quale questo benessere non va a genio. La massa sia libera di non far parlare, di esiliare, di ammazzare l’individuo che tenti di riformare o abo¬lire questo benessere. Siano considerati veri dèi coloro che hanno concesso ai cittadini di raggiungerlo e una volta raggiunto di conservarlo. Siano adorati come vorranno, chiedano gli spettacoli che vorranno e che possano avere assieme o mediante i loro ado¬ratori; concedano soltanto che per tale benessere non si debba temer nulla dal nemico, dalla peste, dalla sventura” (8).
Questa terribile analogia consente di affermare che l’attuale società occidentale è divenuta la negazione di quella sorta dall’Illuminismo filosofico, etico e giuridico basata su una visione della persona umana connotata dalla inherent dignity, tale in quanto ontologicamente correlata agli human rights e al welfare state, ad un’etica informata al primato della famiglia e, di conseguenza, alla moralizzazione del rapporto uomo-donna, fonte della moralizzazione della società civile.

7. ― Le prospettive

Di fronte a questa situazione, un punto deve rimanere ben fermo: l’illusorietà del ricorso alle forze armate. Non è con la violenza che è possibile suscitare il consenso della vasta area geopolitica animata dal rifiuto delle direttive statunitensi ed ebraiche, dal rifiuto di una linea politica supportata da una religiosità protestante tendenzialmente in via di confluire nel “califfato” pontificio (9).
La scelta della guerra si coniuga con la militarizzazione interna della società occidentale, con la conseguente relativizzazione dei diritti costituzionali, con l’incremento del debito pubblico e con il proporzionale accrescimento della povertà, con la riduzione del welfare state.
Occorre invece ricorrere ad una soluzione politica che sia basata sul ripensamento delle scelte che hanno animato la politica internazionale quanto meno a partire dalla inaugurazione della questione palestinese.
Il rifiuto di tale riesame, il ricorso soltanto alla repressione poliziesca e militare, favoriscono la resistenza armata, rischiano di trasformarla definitivamente in lotta partigiana, di regola invincibile.
All’interno della società occidentale si deve respingere il fondamentalismo religioso che rinviene nella Chiesa cattolica il punto di maggior forza, al fine di non risuscitare lo spirito delle crociate, di una guerra di religione internazionale dagli esiti comunque catastrofici.
Si deve, allora, ripristinare la vigenza della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo votata dall’Organizzazione delle Nazioni Unite nel 1948, conformando di conseguenza questa istituzione, ma rinnovando anche la stessa società occidentale, liberandola dal primato del consumismo senza limiti e dalla conseguente fatiscenza etica.
In altri termini, si deve ripristinare la filosofia dell’Umanesimo. Solo così è possibile invertire l’“Eclisse della ragione” (Horkheimer), solo così è possibile emarginare il dominante nichilismo e rinserrare il fondamentalismo religioso che ne è derivato, solo così è possibile far cessare la conseguente guerra di religione in corso ed evitare lo scivolamento verso il chaos planetario.

 

 

 

 

 

1) Vd. Donellus H., Donellus H., Opera omnia, Tom. I, Florentiae, 1840, Lib. I, Cap. IV, §. IV, c. 21: “la giustizia è quella forza divina ed eterna, fonte di tutto ciò che è giusto, retto e buono, che infuse una parte di se stessa nelle nostre menti” Per approfondimenti, vd. Donati A., Diritto naturale e globalizzazione, Aracne, Roma, 2007¬.

2) Ad esempio, Stati Uniti, Israele, Russia e Cina non hanno ratificato la convenzione relativa alla istituzione della Corte penale internazionale per i crimini di guerra, con sede all'Aja.

3) Irti N., S-confinatezza, in Studi in onore di Giorgio Marinucci, III, Giuffrè, 2006, p. 2925 sqq.: “La globalizzazione, o s-confinatezza, costringe il diritto a uscir fuori dalla sfera territoriale dei singoli Stati, a protendersi nello spazio dei mercati, a costruire un nuovo ordine del mondo” (p. 2933); Galgano F., La globalizzazione nello specchio del diritto, il Mulino, 2005, p. 33: “dalla Rivoluzione post-industriale l’organizzazione giuridica preesistente è risultata sconvolta dalle fondamenta, alterata nei suoi principi ordinatori, a cominciare dai principi della statualità e della nazionalità del diritto”.

4) Su quest’ultimo aspetto, vd. Donati A., I diritti della terra, ovvero, il diritto ad un ambiente salubre nel quadro dell’economia globalizzata, in Contratto e impresa, 2013, n. 1, p. 256 sqq.

5) Sulla estraneità del pensiero di Marx al comunismo, vd. Donati A., Elementa juris naturalis, ESI, Napoli, 1990, Appendice III.

6) In Marx C.-Engels F., Opere complete, Vol. VI, Editori Riuniti, Roma, 1973, pp. 488-490.

7) Vd. Galgano, La globalizzazione..., cit., p. 197: “L’avvento della globalizzazione ... ha, in larga misura, vanificato la tradizionale funzione della democrazia, spostando, progressivamente in ambiti transnazionali, sui quali i cittadini dei singoli Stati non possono influire, le sedi in cui si formano le decisioni che toccano i loro destini”; vd. anche p. 200: “Gli ideali di democrazia, per quanto fortemente sentiti, debbono arrendersi di fronte alla realistica considerazione che le regole di democrazia affermatesi entro gli Stati nazionali non sono riproponibili entro la società globale”.

8) Agostino, La città di Dio, trad. it. D. Gentili, Città Nuova, Roma, 1978, Vol. V.1, Lib. II, § 20, p. 129-131. Per approfondimenti, vd. Donati A., La globalizzazione cattolica Humanitas sub Pontifice, Armando Armando, Roma, 2015, Cap. XI.

9) Nel 2017 avrà luogo la celebrazione della ricorrenza dell’anniversario della Riforma all’insegna dell’imperativo: “dal conflitto alla comunione”. Per approfondimenti, vd. Donati, op. ult. cit., Cap. X, Sezione V.