ALBERTO DONATI

PROFESSORE ORDINARIO DI DIRITTO CIVILE

IL GIUBILEO, OVVERO, L’AGGRAVAMENTO DELL’ORDINE PUBBLICO

Sommario: La valenza politica del Giubileo; Il cristianesimo cattolico; Il cristianesimo illuministico; Giubileo e dissolvimento dell’ordine pubblico; L’inversione di tendenza.

La valenza politica del Giubileo

Come noto, il Papa, con la bolla “Misericordiae vultus”, ha inaugurato solennemente l’Anno Santo, il nuovo “Giubileo Straordinario della Misericordia”. Ciò offre l’occasione per svolgere alcune considerazioni di carattere generale sul cristianesimo e, in particolare, sul cattolicesimo.

In Italia si pensa che religione e politica siano due manifestazioni culturali distinte, separate. Questa idea, perniciosa, ha, a sua volta, natura politica poiché è strumentale rispetto alla soggezione dello Stato italiano alla direttive pontificie. Religiosità e politica sono ontologicamente correlate. Dalla prima, infatti, deriva la moralità, lo spessore culturale, di un popolo. Nessuna società può essere al di sopra della propria religiosità e coloro che si dichiarano atei, agnostici e quant’altro, in realtà, supportano la religiosità dominante. Un popolo, come l’italiano, che non ha cultura teologica, neppure possiede una cultura costituzionale, è oggetto, non soggetto politico.

L’indizione dell’“anno santo” non ha, dunque, carattere religioso. Anche essa ha natura politica ed è destinata ad influire, per altro molto negativamente, sul nostro futuro.

La bolla (§ 4) si richiama al Concilio Vaticano II, per questa via, al Concilio di Trento, vale a dire, alla negazione radicale dell’Europa sorta dalla Riforma protestante e dall’Illuminismo, dell’Italia nata dalla catarsi risorgimentale.

Ciò evidenzia la natura antimodernista e, quindi, profondamente reazionaria della Chiesa cattolica, scopre il suo vero volto abilmente nascosto dietro la facciata del modernismo diffusa dai mass media. Ciò fa intendere come per l’Italia, paese confessionale in base all’art. 7 della vigente Costituzione, retto ormai da un arco politico compiutamente cattolicizzato, non ci sia alcuna speranza di un reale rinnovamento.

La proclamazione dell’anno santo si colloca a ridosso della ricorrenza dell’anniversario della Riforma protestante. Per la prima volta, questo evento commemorativo si svolgerà all’insegna di un avvicinamento tra le due aree. Ciò sta a significare, in prospettiva, il capovolgimento del risultato della guerra dei trent’anni (1618-1648) consistito: nella acquisizione, da parte degli Stati protestanti, della sovranità politica e della congiunta indipendenza da Roma; nella realizzazione della moralità pubblica e privata; nella progressiva attuazione dello Stato garante dei diritti umani.

Al termine di tale riavvicinamento, i vinti, vale a dire, i cattolici, riprenderanno a dettare legge ai vincitori; il Papato tornerà ad essere il solo rappresentante del cristianesimo occidentale, donde il suo inserimento nelle sedi in cui si decide la politica internazionale, donde la riproposizione della teoria delle due sorgenti luminose, il luminare maius (il Sole), vale a dire la Chiesa, depositaria della verità, e il luminare minus (la Luna), vale a dire, il potere politico che da essa riceve le indicazioni da seguire. Il risultato finale, come già accaduto nella società d’Antico Regime caratterizzata dall’oligopolio feudale, sarà la legittimazione dell’oligopolio capitalistico, la definitiva e divina destinazione dell’essere umano a mero strumento della produzione del profitto, in ciò la sua “dignità”.

Mai, il cattolicesimo ha significato il superamento della ingiustizia, al contrario, esso sempre ha rappresentato la sua legittimazione. La chiesa cattolica è, infatti, l’avanguardia dell’Apocalisse, della distruzione dell’operato della Genesi. Il suo “servizio” consiste nella elargizione del “perdono”, non per i peccati (a ciò provvedendo l’Antico Testamento), ma per le empietà commesse di cui, nel testo veterotestamentario non c’è, invece, rimessione. Per altro, se la società è bene ordinata (bene constituta), tanto l’Apocalisse, quanto il “perdono”, vengono privati di ogni valenza ordinante, la Chiesa stessa diviene inutile. Dunque, perché quest’ultima prosperi è necessario che lo Stato degeneri. Per tali motivi, da sempre, i valori significanti la società civile informata al cattolicesimo sono: ignoranza, povertà, soggezione e disordine istituzionalizzato.

Così come il cattolicesimo ha assunto il ruolo di sovrastruttura religiosa della società dominata dalla oligarchia terriera e feudale, parimenti si viene

candidando a sovrastruttura religiosa dell’economia capitalistica, dell’oligopolio capitalistico.

Il cristianesimo cattolico

Il riavvicinamento del protestantesimo al cattolicesimo sta ad indicare che il primo ha significativamente perduta la sua identità espressa dal “cristianesimo illuministico”.

La differenza tra l’una e l’altra forma di religiosità risiede nell’opposto rapporto in cui il cristianesimo viene posto con il Decalogo, pertanto, nell’opposta modalità con cui il Nuovo Testamento viene relazionato con il c.d. Antico Testamento.

Quest’ultimo è informato al primato del Decalogo, il Nuovo all’opposto valore della charitas. Nel primo, si salvano, mediante l’intervento della misericordia divina, i peccatori, vale a dire, i credenti che si sono attenuti, per quanto umanamente possibile, ai dettami del Decalogo, mentre vengono dannati gli empi, vale a dire, coloro che hanno vissuto irridendo ai suoi comandamenti.

Nel Nuovo Testamento, sono, invece, proprio quest’ultimi a salvarsi (“iustificatio impii”), mentre coloro che hanno creduto nel Decalogo vengono dannati per l’eternità. Nell’Antico, Dio è Uno, nel Nuovo è Trino proprio a significare il suo essere charitas (1 Gv 4, 16). Nell’Antico la vicenda cosmica si chiude con trionfo del Decalogo e la restaurazione del Paradiso terrestre dove gli esseri umani, resi definitivamente immuni dal peccato, potranno eternamente godere di Dio. Nel Nuovo, al contrario, la vicenda cosmica si conclude con la vittoria della charitas sul Decalogo, con la distruzione dell’operato della Genesi ad opera dell’Apocalisse, con l’inaugurazione della “nuova Gerusalemme”, nuova, in quanto non più retta da quella Tavola (per le fonti relative a tutto quanto esposto, vd. Donati A., La concezione della giustizia nella vigente Costituzione, ESI, Napoli, 1998, Cap. I).

Il cristianesimo illuministico

Il cristianesimo illuministico, introdotto dalla convergenza della Riforma con la filosofia dei “lumi”, sovverte questa visione poiché unifica i due Testamenti dando la prevalenza al primo di essi: “i precetti morali contenuti nell’Antico Testamento ricorrono anche nel Nuovo uguali o più importanti” (H. Grotius). Il Nuovo Testamento non può contraddire l’Antico (Clarke), donde

consegue la permanenza del primato del Decalogo, donde consegue, altresì, che la charitas non è più di precetto, ma di consiglio: “Orbene, [il dovere della charitas] assunto come principio generale è piuttosto di consiglio e proprio di una vita particolarmente degna, ma non è di precetto” (H. Grotius); “una tale sopportazione [delle ingiustizie altrui] non è obbligatoria; il Vangelo ci comanda di amare il prossimo come noi stessi, ma non più di noi stessi” (H. Grotius).

Il principio ispiratore di questo orientamento diviene, di conseguenza, il seguente: “Cristo non è un nuovo legislatore” (“Christus non est novus legislator”) (J.G. Heineccius).

La relativizzazione della charitas consente, dunque, di porre i precetti della seconda tavola del Decalogo (non uccidere, non rubare, etc.) come i valori, cogenti, ordinanti le relazioni intersoggettive socialmente rilevanti. Per questa via, avviene la saldatura tra il cristianesimo riformato e l’Illuminismo incentrato sul primato del diritto naturale (jus naturale, natural right) dai contenuti analoghi a quelli del Decalogo ma fondati sulla speculazione filosofica.

Da questa concordanza, deriva, appunto, “la conformità dei doveri, che la retta ragione ci insegna, con le massime del Vangelo”, “la conformità della morale cristiana con i lumi più elevati del Buon Senso [vale a dire, della ragione”]” (J. Barbeyrac). Ciò che è ulteriormente sintetizzato nei seguenti termini: “[il diritto naturale] è la voce della ragione confermata dalla rivelazione” (J. Locke). Non più la filosofia dell’umanesimo in funzione della fede, ma la fede in funzione di tale filosofia: “la scrittura non prescrive di non avere fiducia nella nostra ragione, ma di farne uso diligentemente e imparzialmente, senza paura, ma con cautela [...] La ragione è la nostra gloria - la nostra guida - la nostra caratteristica eccellenza” (G. Turnbull).

Il messaggio biblico acquisisce, così, una configurazione prevalentemente illuministica, in netto contrasto con tutta la tradizione anteriore.

Il rilievo politico attribuito al Decalogo; lo spostamento, indotto dal Protestantesimo, della sovranità religiosa dal vertice cattolico alla base (H. Grotius), prodromico dello spostamento della sovranità politica dal vertice feudale a questa stessa base; la conseguente unificazione della civitas Dei e della civitas hominis significata dall’affermazione secondo cui “la Chiesa e lo Stato cristiano sono [...] una sola cosa” (Th. Hobbes); il primato attribuito al lavoro tramite la divinizzazione della vocatio (Beruf, calling) (M. Weber) e la conseguente delegittimazione della rendita parassitaria feudale; costituiscono le basi del rinnovamento etico, economico e politico della società.

La differenza tra la lettura cattolica del testo biblico e quella propria del cristianesimo illuministico può essere sintetizzata nei seguenti termini: la prima è informata alla teologia della sofferenza; la seconda alla “formula della felicità” (vd. The Declaration of Independence of the United States of America).

Giubileo e dissolvimento dell’ordine pubblico

L’idea del perdono è afferente alla filosofia dell’umanesimo. La società umana non può prescinderne se vuole conservarsi come tale. L’etica del perdono è, dunque, parte integrante del suo tessuto connettivo. Essa trova applicazione nell’amicizia, nell’amore, nella relazione coniugale, nelle relazioni parentali, nell’afflato che unisce gli aderenti ad un medesimo ideale. L’idea del perdono trova riscontro nel diritto privato e, soprattutto, nel diritto penale. Sintetizzando, essa afferisce al valore della humanitas. Il perdono, nelle sue manifestazioni più elevate, presuppone la violazione di una regola di giustizia, sostituendosi alla pena che, invece, ne dovrebbe conseguire. La sua valenza culturale, la sua ammissibilità, risiedono nel suo porsi come strumentale rispetto alla riproposizione della giustizia stessa. Il perdono è un atto di amore verso colui che ne è beneficiato, ma, nel medesimo tempo, nei riguardi del valore che è stato violato poiché ne richiede il ristabilimento.

Il perdono, quindi, è legittimo allorché non pregiudichi, nelle relazioni intersoggettive successive, la vigenza della giustizia. Allorché esso venga posto come un dovere assoluto, è evidente che acquisisce una funzione strumentale rispetto al suo dissolvimento.

L’Anno Santo si fonda sul seguente principio: la charitas al posto del Decalogo. Per meglio intenderne la valenza sociologica si deve tenere presente che l’obiettivo della Chiesa consiste anche nel divenire la rappresentante ufficiale della religiosità occidentale, nel promuovere la restaurazione della diarchia costituita dal potere politico e da quello spirituale di cui essa assume di essere la depositaria esclusiva in ragione del suo porsi come vicaria del Dio trinitario in Terra (!).

La Chiesa sa bene che l’uomo non vive senza Dio. Sa altrettanto bene che il Dio della società degenerata dalla immoralità, della società che non vuole ritornare al primato del Decalogo, è il Dio annunziato dal cristianesimo nel cui contesto, infatti, sono gli empi ad essere destinati alla gloria eterna e i giusti ad essere eternamente dannati: “sul patibolo della sua morte [...] Gesù pose fine alla Legge [al Decalogo] (Cfr. Eph. II, 15) e con i suoi decreti, affisse alla

Croce il chirografo del Vecchio Testamento (Cfr. Col. II, 14), costituendo nel sangue, sparso per tutto il genere umano, il Nuovo Testamento (Cfr. Matth. XXVI, 28; I Cor. XI, 25) [...] Nella Croce dunque la Vecchia Legge [il Decalogo] morì, in modo da dover tra breve esser seppellita e divenir mortifera [...], per cedere il posto al Nuovo Testamento” (Pius XII, Litt. enc. "Mystici corporis”); “Se qualcuno afferma che l'uomo può essere giustificato davanti a Dio con le sole sue opere, compiute mediante le forze della natura umana, o grazie all'insegnamento della Legge [del Decalogo], [...] sia anatema” (Conc. Trid., Sessio VI, Canones de iustif., Can. 1).

La società, quella romana, in cui si afferma il cristianesimo cattolico è descritta dall’apostolo Paolo in termini di tragica attualità: “Non esiste giusto, neppure uno, non c'è chi comprende, non c'è chi cerca Dio; tutti furono fuorviati, tutti si sono corrotti; non c'è chi fa il bene, nemmeno una persona; sepolcro spalancato è la loro gola, tramano inganni con la loro lingua, veleno di aspidi sta sotto le loro labbra; la loro bocca rigurgita di maledizioni e di acidità maligna; i loro piedi corrono veloci a versare il sangue, strage e lamento sono sul loro cammino e non conobbero la via del bene. Non c'è timore di Dio davanti ai loro occhi” (Rm 3, 10-18; vd. anche 1, 26-32); “Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore, sì da disonorare fra di loro i propri corpi, poiché essi hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno venerato e adorato la creatura al posto del creatore, che è benedetto nei secoli. Amen. Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che s’addiceva al loro traviamento. E poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balìa d’una intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno, colmi come sono di ogni sorta di ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d’invidia, di omicidio, di rivalità, di frodi, di malignità; diffamatori, maldicenti, nemici di Dio, oltraggiosi, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia. E pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa” (Rm 1, 24-32).

La Chiesa, quindi, come già al tempo della sua prima affermazione, invece di contrastare l’immoralità diffusa ripristinando la vigenza del Decalogo, si presenta come il balsamo per le coscienze affette dall’empietà, come assicurazione della

loro salvezza eterna mediante la elargizione del perdono. Coloro che hanno peccato gravemente sono quelli che maggiormente beneficiano di tale messaggio. Sintomatico, nel contesto dell’attuale Giubileo, è il perdono dei carcerati, il perdono delle pratiche abortive: “Il mio pensiero va anche ai carcerati [...]. Nelle cappelle delle carceri potranno ottenere l’indulgenza [...]. Penso a tutte le donne che hanno fatto ricorso all’aborto [...]. Il perdono di Dio a chiunque è pentito non può essere negato” (Francesco, Papa, Lettera a Monsignor Rino Fisichella).

Il pensiero del Pontefice non va alle vittime dei reati, nelle sue visite non si reca presso quest’ultime. La sua prima preoccupazione è rivolta verso coloro che hanno violato la giustizia e da essi, ovviamente, è accolto con grande giubilo.

Quest’ultimi si salveranno, mentre coloro che li hanno fatti condannare (vale a dire, le vittime) e gli stessi giudici che hanno pronunziate le relative sentenze, saranno dannati per l’eternità: “come il Signore vi ha perdonati, così fate anche voi” (Col 3, 13); “Nella misura con cui avrete misurato sarà misurato a voi” (Mt, 7, 2).

Le donne che hanno rispettato il divieto dell’aborto e si sono fatte coraggiosamente carico dei corrispondenti sacrifici si trovano ad essere posposte a quelle che hanno scelto la via inversa: “gli ultimi saranno i primi” (Lc 13, 30), “le prostitute e i pubblicani vi precederanno nel regno dei cieli” (Mt 21, 31).

I divorziati, con buona pace di coloro che li hanno preceduti, possono accedere alla comunione ecclesiale, vale a dire: l’adulterio, il conseguente dissolvimento della famiglia, sono legittimati.

Il lassismo cattolico, conformemente alla tradizione, si coniuga con quello indotto dal capitalistico, ciò che costituisce l’inconfutabile dimostrazione dell’assunto secondo cui la religiosità non è che una sovrastruttura del sistema economico: come è questo, parimenti, quello.

Nel nuovo Testamento esiste un solo peccato, imperdonabile, poiché contraddice la stessa essenza divina (1 Gv 4, 16), quello di non avere applicata la charitas. Chi non vive secondo questo valore è dannato per l’eternità: “Se Dio si fermasse alla giustizia cesserebbe di essere Dio, sarebbe come tutti gli uomini che invocano il rispetto della legge” (Francesco, Papa, Bolla “Misericordiae vultus”, § 21); chi, invece, vive secondo il Decalogo, “sente [questa] legge di Dio come un peso, anzi come una negazione o comunque una restrizione della propria libertà” (Giovanni Paolo II, Veritatis splendor, § 18), donde l’apertura alla charitas.

Per questa via, l’anno santo causa, nella società civile, una intollerabile contraddizione: da un lato, lo Stato che con il codice civile e il codice penale, con i suoi organi di polizia interna, con i suoi magistrati, cerca di indurre uno

svolgimento ordinato delle relazioni umane; dall’altro, una religiosità che perdona le violazioni della legge, che delegittima l’operato degli organi di polizia e di quelli giurisdizionali.

Il giubileo avrà, dunque, un effetto destabilizzante sull’ordine pubblico. Se i carcerati sono assolti di fronte a Dio, come è possibile che non lo siano anche di fronte agli uomini?

L’inversione di tendenza

Una società così dilacerata in questi suoi due aspetti fondamentali non ha avvenire. La soluzione, per quanto riguarda l’Italia, risiede nel riscoprire i valori della catarsi risorgimentale, nel tornare ad espungere la religiosità cattolica dall’area del diritto pubblico e, quindi, del diritto costituzionale; risiede nel restituire alla società italiana la propria religiosità, quella espressa dal nostro riformatore, dal nostro Lutero, dal nostro Calvino, vale a dire, da Fausto Socini (Faustus Socinus senensis) (1539 - 1604), tanto per cambiare costretto dai cattolici a fuggire dall’Italia, a morire esule in Polonia.

Il suo pensiero ha costituito una tappa significativa verso l’affermazione del cristianesimo illuministico, mentre in Italia, per colpa dei cattolici, se ne ignora addirittura l’esistenza.

Analogamente dicasi per il testo biblico. Così come ogni componente protestante si richiama ad un proprio testo, parimenti, il protestantesimo italiano ha come Bibbia quella tradotta da Giovanni Diodati (1576-1649), introvabile in Italia.

In altri termini, ci si deve liberare dalla teologia della croce, in quanto teologia della sofferenza. Se Dio è sofferente, non ci si può rivolgere a lui per essere liberati dalle nostre indigenze. Il Dio sofferente obbliga a sopportare la sofferenza, il malgoverno politico, egli, anzi, ne costituisce la divinizzazione.

Si deve, allora, tornare a quella religiosità che, al contrario, postula la liberazione dalla sofferenza mediante il ricorso alla giustizia basata sul Decalogo, si deve tornare ad esaltare il merito acquisito alla sua stregua, si deve tornare alla riproposizione della “formula della felicità”. Solo in tal modo sarà possibile delegittimare le modalità esistenziali attualmente imposte dalla oligarchia capitalistica, così sintetizzabili: sfruttamento massivo e spregiudicato delle risorse sia umane che naturali; delocalizzazione dei capitali industriali e finanziari; immoralità; corruzione; distruzione della famiglia; contrapposizione dei due sessi e conseguente diffusione della omosessualità; immigrazione massiccia, vale a

dire, trasferimento delle problematiche geopolitiche regionali nell’area del Primo Mondo, invece di procedere nella direzione opposta, intervenendo in quelle stesse aree al fine di ristabilire la giustizia, al fine di evitare quella che si presenta come la “tratta degli schivi” in chiave moderna.

L’area occidentale, l’area, quindi, in cui è maturato lo Stato garante dei diritti umani, l’area in cui è stato possibile introdurre il welfare state, è stata posta, dalla oligarchia capitalistica, fuori mercato ed è, pertanto, destinata a scomparire, salvo che la base sociale prenda finalmente coscienza di questa drammatica tendenza e ne inverta i contenuti.

Il Giubileo, l’Anno Santo, è il perdono delle scelte di fondo delle oligarchie capitalistiche e degli Stati al loro servizio; è il perdono della politica sconsiderata che, dall’entrata in vigore della vigente Costituzione, in ragione della sua matrice cattolica (vd. Donati A., Le ragioni della opposizione alla vigente Costituzione nel quadro dei lavori dell’Assemblea Costituente, Aracne, Roma, 2008), sta conducendo l’Italia alla rovina. Il Giubileo è, quindi, l’accoglimento delle ingiustizie secondo gli insegnamenti della teologia della sofferenza ad imitazione di quella (falsamente assunta come) divina.